psicologia a Firenze

Le Dipendenze Patologiche

Con l’espressione Dipendenza Patologica si definisce “una forma morbosa determinata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento; una specifica esperienza caratterizzata da un sentimento di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere ripetuta con modalità compulsive; ovvero una condizione invasiva in cui sono presenti i fenomeni del craving, dell’assuefazione e dell’astinenza in relazione ad un’abitudine incontrollabile e irrefrenabile che il soggetto non può allontanare da sé” (Caretti & Di Cesare, 2005, p. 11).

La definizione proposta dagli autori induce a riflettere su come la dipendenza sia un fenomeno che non riguarda solo le droghe, in quanto esistono dipendenze da sesso, cibo, shopping, gioco d’azzardo, internet, televisione, lavoro, in grado di portare la persona a perdere la capacità di badare a se stessa e di non avere più una normale interazione dinamica con la realtà.

Nello specifico, quando parliamo di Dipendenza Patologica da sostanze ci riferiamo in maniera relativamente precisa a quella “condizione di subordinazione del benessere psicofisico di un individuo, all’assunzione più o meno regolare di una sostanza esogena, con specifici effetti farmacologici, prevalentemente psicotropi, talora dannosi, per il sistema nervoso o l’organismo nel suo insieme” (Manna & Ruggiero, 2001, p. 1). Trattasi di un fenomeno che può essere ricondotto a tre fattori: 1) la sostanza d’abuso[1], 2) l’organismo assuntore, 3) l’interazione tra sostanza ed organismo in un determinato contesto socio-ambientale.

Valutazione diagnostica e trattamento: Il trattamento della dipendenza è venuto notevolmente a modificarsi nel corso degli ultimi anni. Se il riferimento all’ormai classico manuale della classificazione delle sindromi psichiatriche (DSM-IV, TR) permette di indicare agevolmente le condizioni che configurano i disturbi sostanze correlati, l’attuabilità di misure terapeutiche efficaci deve spesso passare attraverso la perdita di certezze soprattutto laddove la diagnosi psichiatrica si affianca a quella medica, volta a stabilire il livello di deterioramento delle condizioni fisiche del soggetto dipendente da sostanze, e da quella psicologica, volta ad esplorarne le risorse cognitive.

La questione del “funzionamento mentale” si pone così nel cuore del problema diagnostico e terapeutico e suggerisce che la comprensione delle “relazioni di dipendenza” (Rigliano, 1998) è una questione propedeutica del lavoro clinico sulle dipendenze stesse spesso anche a prescindere dalla definizione immediata delle cause.

All’interno della sua teoria psicoanalitica, Liberman parla dei pazienti con disturbi prevalentemente pragmatici (Liberman, 1972), tra i quali i soggetti dipendenti da sostanze manifesterebbero difficoltà a comunicare prescindendo dall’azione. L’incapacità del paziente di decodificare e comunicare verbalmente i propri stati emozionali, i deficit dell’attività rappresentativa e di simbolizzazione, la tendenza all’azione, sono caratteristiche in grado di rendere estremamente difficoltoso sia il rapporto, sia il processo terapeutico, costituendo al tempo stesso una minaccia alla stabilità delle condizioni di lucidità raggiunte nel corso di trattamenti che non tengano sufficientemente conto di questi aspetti problematici del funzionamento soggettivo.

Il significato di tali elementi non può essere specificato se non in termini di percorsi di sviluppo individuale, a partire da un vertice teorico di riferimento senza il quale aumenta il rischio di incorrere in una sorta di interventismo eclettico che, nel sovrapporsi delle chiavi di lettura, perda di vista i vincoli e le risorse psichiche del soggetto.

 


[1] Si definiscono droghe o sostanze d’abuso “i composti naturali e di sintesi dotati di effetti mentali piacevoli, desiderabili e talvolta utili, ma associati a rischi di abuso, di tossicodipendenza, di tolleranza e d’altre conseguenze negative sul piano individuale e sociale” (Silvestrini , 2001, p. 38).